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L’arte e la sfida a ogni barriera

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Agosto 2, 2019

Dall’altalena posta sul confine col Messico, alle opere dei minori non accompagnati in mostra all’Università del Texas.

Il tema della migrazione risulta essere uno dei più sensibili nella società occidentale. Ancor di più negli ultimi mesi, considerando i fatti di cronaca che hanno toccato il nostro Paese. Al di là dell’opinione personale che ognuno ha sull’argomento, il modo in cui lo si affronta, dalle parole alle immagini utilizzate da molti esponenti della pubblica opinione (partiti, membri delle istituzioni governative) ha uno scopo ben preciso: trasformare le singole identità in un numero non precisato di persone che stanno in massa accorrendo verso l’Eldorado, che può essere rappresentato dagli Stati Uniti se il confine se l’ultimo scoglio è quella lingua di terra chiamata Messico, o dall’Europa se i confini sono quelli liquidi del Mediterraneo. Ovviamente, prima che la tastiera automatica si attivi in illazioni e commenti offensivi, la risposta non è l’accoglienza indiscriminata senza che ci sia un progetto di integrazione comune che garantisca loro un futuro, così come la realizzazione di un muro o la chiusura di aree portuali che vanno a gratificare l’elettorato che ha bisogno di soluzioni immediate. Ciò che si chiede è di fermarsi per un momento e ascoltare le loro storie, cosa ardua di questi tempi.

Nella frenesia social(e) che si è creata in questi anni, lo sguardo va invece rivolto in un punto, nella barriera che sta dividendo in due l’America centro settentrionale. Proprio lì, mentre le decisioni politiche tendono a separare, l’arte interviene unendo le proprie forze. Ronald Rael e Virginia San Fratello, docenti accademici e fondatori di uno studio di architettura che prende il loro nome, hanno realizzato delle altalene situate al centro del muro che separa Messico e Stati Uniti. Il “Teeter totter wall”(così viene chiamato il progetto), permette così ai bambini di entrambe le nazionalità non solo di ritagliarsi un momento di svago insieme, ma di instaurare una relazione sociale che altrimenti non sarebbe possibile. Un’idea che ha sin da subito avuto l’effetto desiderato, ma come fa un’altalena a essere definibile come un’opera d’arte? Dietro a ogni idea e alla sua concretizzazione c’è sempre un messaggio ben preciso dell’autore. In questo caso, l’altalena, se vista dall’alto con il suo colore rosa acceso, sembra raffigurare una linea in grado di unire le culture nonostante ci sia un ostacolo che ne impedisce l’intento. Ma è l’uso a rendere ancora più interessante l’opera architettonica dei due designer. Per raggiungere l’equilibrio e permettere così che il gioco funzioni, c’è bisogno di entrambe le forze che stanno ai poli dell’altalena. Da soli, il risultato sarebbe pressoché nullo.

La condivisione del tempo non passa solamente attraverso uno spazio fisico, ma tocca anche un luogo impercettibile all’occhio umano: la memoria. Il tempo in questo caso rappresenta l’insieme dei ricordi che risiedono nella nostra mente e che, con lo scorrere degli anni, rischiano spesso di dissolversi o di frantumarsi in piccoli parti, con la speranza che un giorno questi riemergano insieme alle rispettive emozioni. E anche qui l’arte sembra intervenire con decisione e con ottimi risultati. Questa volta però sono gli stessi ragazzi a creare la scintilla creativa, precisamente a Tornillo, nella contea di El Paso. All’interno di un centro per minori non accompagnati (secondo le stime sono stati ben 3000 a risiedere in quel luogo da giugno 2018 e gennaio 2019), un reverendo del posto, Rafael Garcia, ha trovato disegni e opere create con degli scarti presenti dentro la struttura.

Nonostante il clima politico non proprio amichevole e la struttura, circondata da fili metallici, non desse proprio una sensazione piacevole (le attività del centro saranno infatti bloccate per motivi igienici), i minori hanno comunque acceso il proprio ingegno con quel poco che avevano. Nel momento della chiusura della struttura di Tornillo, il sacerdote è riuscito a impedire che questi venissero distrutti, chiedendo il sostegno dell’Università del Texas che ha deciso di creare una vera e propria esposizione, dal titolo “Uncaged Art: Tornillo Children’s Detention Camp”. La mostra, aperta fino all’8 ottobre, mette in scena 29 dipinti, disegni e diorama interamente creati dai giovani migranti. Si trova di tutto: un campo di calcetto realizzato con del cotone; una piccola chiesa con dei muri colorati di verde acqua e dei banchi costruiti con dei bastoncini dei ghiaccioli; e la ricostruzione di un parco nazionale dell’Honduras. Sono solo alcuni dei ricordi che i ragazzi hanno voluto concretizzare in qualcosa di tangibile e che diventi il simbolo della loro giovinezza passata nel loro paese, come documentato da Patricia Leigh Brown sul New York Times. La reporter si è stupita di un tema ricorrente di alcune opere. Nell’esprimere il meglio della loro tradizione, in alcune di esse è infatti presente la figura del Quetzal dalle piume color smeraldo, che nel Guatemala non è un comune volatile. È il simbolo di libertà, come spiegato dal 17enne di nome Freddy: “Se tu tagliassi le sue ali, non sarebbe più libero”, afferma il giovane, a sottolineare come il messaggio di quell’immagine appartenga alla propria storia. Se il concetto di arte come salvezza può sembrare eccessivamente astratto e retorico, da questi esempi si può trarre un semplice insegnamento, riassunto perfettamente dalle righe contenute nel testo della mostra scritto dai curatori: “Le opere d’arte che esponevano all’interno del campo, offrivano ai bambini e agli adulti un modo per sfuggire da delle situazioni avverse ed esprimere così la loro umanità”. Essere prima di tutto umani, invece di semplici numeri.

 

Riccardo Lo Re

Credits Ivan Pierre Aguirre for The New York Times

Credit dell‘ultima foto in galleria: Andrew Oberstadt/Irc

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